food
Fritto misto e cocktail: il connubio ideale per l’aperitivo perfetto
Dopo la pizza e la grigliata da abbinare al vostro Gin Tonic ecco un’altra golosa idea: il fritto. Probabilmente nessuna di queste proposte farà contenti i nutrizionisti, ma uno strappo alla regola non fa mai male. E come in tutte le cose quello che conta, oltre che la quantità, è la qualità. Nel caso delle fritture in generale è ormai chiaro che questa si raggiunge scegliendo delle ottime materie prime e il giusto olio.
Quando, nell’ambiente degli appassionati di enogastronomia, si parla di fritto, la mente, e non solo, va a quello che in molti definiscono il “re”: Pasquale Torrente. Torrente è uno chef dalle mille identità, nato nel 1965 a Cetara (SA), piccolo comune affacciato sulla costa amalfitana, ed è anche conosciuto come “l’uomo che sussurra alle alici”, per via della colatura che nei suoi piatti non manca mai.
Cresciuto in una famiglia di rosticcieri ha iniziato presto a lavorare nella trattoria dei genitori, Al Convento, aperta nel 1969 in un chiostro risalente al Seicento, famosa per gli spaghetti conditi proprio con la colatura di alici.
Torrente, ispirato da un semplice fish and chips mangiato a Londra, ha iniziato a sperimentare col fritto e nel 2007 sempre a Cetara ha inaugurato, assieme al figlio Gaetano, La Cuopperia del Convento. La sua cucina si è diffusa al difuori della Campania: in Franciacorta tra il 2014 e il 2017 ha aperto il ristorante Burro&Alici e grazie ai diversi punti di Eataly ha raggiunto ogni angolo del globo. Così è stato soprannominato il “re del fritto”.

E oggi? Sono tornato all’ovile, alla casa madre, perché sentivo il bisogno di stare più tranquillo e non con la valigia sempre pronta. Faccio il nonno ogni mattina dalle dieci alle dodici. Sto facendo l’oste più che lo chef perché c’è Gaetano, mio figlio, fisso in cucina (Torrente ha due figli, il secondo si è laureato da poco alla Marangoni di Milano, ndr). Sto quindi gestendo un vero e proprio passaggio generazionale: supervisiono e intervengo poco sia sui menù che su tanti altri aspetti.
Perché ti definiscono il “re del fritto”? Diversi anni fa Gaetano fu bocciato a scuola e lo coinvolsi quindi nell’apertura de La Cuopperia. In pratica qui ci siamo fatti le ossa in fatto di fritture, studiando e sperimentando. Da qui il passaggio a Eataly è stato breve. Abbiamo fritto in tutto il mondo: da Instambul a Dubai, dalla Franciacorta a Milano. Pensa che a Roma c’erano dieci friggitrici in azione e non bastavano.
Il segreto per un buon fritto? La materia prima, l’olio e le temperature. Basta comprare un termometro ed è fatta, anche in casa. Ogni ingrediente richiede la sua temperatura.
Si può mangiare un fritto e accompagnarlo con un cocktail? Certamente: un gin tonic ha l’acidità perfetta per un fritto. Anche la presenza del limone è un vantaggio. Il mio gin tonic ha tre gocce di tabasco e il limone passato sul bordo del bicchiere. Io lo preferisco con il fritto di pesce.
Progetti per il futuro? Tra le novità: vorrei creare una fondazione a Cetara per il recupero dell’arte della pesca e aprire una bottega rinascimentale legata al ristorante di famiglia. Voglio continuare a trasmettere cultura. La bottega, che prevediamo di aprire entro il 2022, sarà un posto di aggregazione. Uno spazio, nei vicoli di Cetara, per il confronto tra le nuove generazioni e i capisaldi della ristorazione italiana. Vogliamo parlare di alici sottosale e scoprire nuove tecniche? Parliamone.
La ricetta: le polpette di merluzzo di Pasquale Torrente

Ingredienti per circa 30 polpette
- 500 g filetti di merluzzo freschi
- 300 g patate
- 1 uovo
- 1 cucchiaio di olio evo
- sale fino
- prezzemolo fresco tritato
Per impanare
- 1 uovo
- pangrattato
Per friggere
- 1 l di olio di semi
Procedimento
Lavare bene la buccia delle patate e inserirle in una pentola di acqua fredda. Portare e bollore far cuocere le patate per circa 30 minuti, fino a quando punzecchiandole con una forchetta risulteranno morbide.
A parte cuocere il merluzzo a vapore per 7 minuti.
Sbucciare le patate ancora calde e schiacciarle con uno schiacciapatate in una ciotola capiente. Unire i filetti di merluzzo e mescolare con una forchetta. Aggiungere l’uovo, l’olio extra vergine d’oliva e condire con sale e prezzemolo. Mescolare gli ingredienti fino a ottenere un impasto omogeneo.
Rompere l’uovo in un piatto e sbatterlo leggermente con una forchetta. Formare le polpette della dimensione di una piccola noce con l’aiuto delle mani e passarle prima nell’uovo sbattuto, poi nel pangrattato.
Friggere a una temperatura di 170 °C per circa 1 minuto, finché le polpette saranno ben dorate e croccanti. Scolarle e lasciarle per alcuni istanti su della carta per fritti prima di servirle.
food
Alta ristorazione sotto pressione: perché alcuni ristoranti stellati chiudono in Italia
Negli ultimi mesi diverse chiusure nel mondo dell’alta ristorazione italiana hanno riacceso una domanda che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: il modello del fine dining è ancora sostenibile?
Il fenomeno non riguarda un singolo locale. Secondo i dati emersi con la pubblicazione della Guida Michelin 2025, in Italia hanno chiuso 18 ristoranti stellati nel giro di un anno, tra cessazioni definitive, trasferimenti o cambi di progetto. Si tratta di un numero significativo se si considera che il totale dei ristoranti stellati nel Paese è di poco inferiore a 400 locali.
Altri casi di chiusura o riorganizzazione sono emersi anche tra il 2025 e l’inizio del 2026, segnale di un settore in fase di trasformazione più che di semplice flessione.
Quando la stella pesa
La stella Michelin rimane uno dei riconoscimenti più ambiti della gastronomia mondiale, ma porta con sé anche aspettative molto elevate.
Raggiungere e mantenere uno standard da ristorante stellato significa sostenere costi importanti: brigate numerose, materie prime di altissima qualità, ricerca gastronomica continua, servizio altamente specializzato. Tutti elementi che incidono pesantemente sui conti economici. Diversi analisti del settore osservano come molti ristoranti stellati lavorino con margini molto ridotti, nonostante menu degustazione che possono superare i 200 euro a persona. Il risultato è un paradosso: il prestigio gastronomico non sempre coincide con la sostenibilità economica.

Un settore in trasformazione
Le chiusure vanno lette anche alla luce di un cambiamento più ampio che riguarda l’intera ristorazione italiana. Secondo FIPE-Confcommercio, negli ultimi anni il saldo tra aperture e chiusure di locali è diventato negativo: nel 2024 si sono registrate oltre 19.000 cessazioni di attività, con un impatto su circa 60.000 lavoratori. L’alta ristorazione, pur rappresentando una piccola parte del settore, non è immune da queste dinamiche.
Cambiano anche i clienti
A influenzare il fine dining è anche l’evoluzione del pubblico. Dopo gli anni della grande crescita dell’alta cucina creativa, una parte della clientela sembra oggi orientarsi verso esperienze più informali: bistrot gastronomici, trattorie contemporanee o ristoranti con menu più brevi e prezzi più accessibili. Il risultato è una polarizzazione del mercato: da una parte locali di lusso molto strutturati, dall’altra format più agili che riescono a mantenere costi più sostenibili.
Non una crisi, ma una selezione
Nonostante le chiusure, parlare di crisi definitiva del fine dining sarebbe probabilmente fuorviante. L’Italia resta uno dei paesi con la più alta concentrazione di ristoranti stellati al mondo e l’alta cucina continua a essere un laboratorio fondamentale di ricerca gastronomica.
Più che una scomparsa del modello, ciò che si osserva è una fase di selezione e trasformazione: ristoranti più piccoli, progetti imprenditoriali più strutturati e una maggiore attenzione all’equilibrio tra creatività culinaria e sostenibilità economica.
In altre parole, il fine dining non sta scomparendo. Sta semplicemente cambiando forma.
food
La rivincita del cavolo: l’ingrediente umile diventa protagonista
Per decenni il cavolo ha occupato un ruolo marginale nell’immaginario gastronomico: ingrediente invernale, domestico, spesso associato a una cucina di necessità più che di scelta. Oggi, invece, si trova al centro di una riscoperta che va oltre la moda e tocca questioni più profonde.
Il cavolo funziona perché risponde perfettamente alle esigenze della cucina contemporanea. È economico, stagionale, resistente alle trasformazioni e capace di sviluppare complessità aromatica con tecniche semplici. Arrostiture spinte, fermentazioni, cotture lente o rapide: poche verdure si prestano a interpretazioni così diverse senza perdere identità.
Ma il suo ritorno non è solo tecnico. Il cavolo rappresenta una presa di distanza da una cucina costruita sull’eccezionalità costante. È un ingrediente che non promette stupore immediato, ma profondità. Richiede tempo, attenzione, spesso pazienza. In cambio, restituisce sapori pieni e una sensazione di sostanza che molti piatti più “nobili” faticano a offrire.
Nel racconto gastronomico del 2026, il cavolo diventa simbolo di una cucina meno ansiosa di dimostrare qualcosa. Una cucina che accetta la semplicità come valore, non come limite. Non è un caso che venga scelto soprattutto da chi lavora su menu vegetali o su riletture della tradizione.
La sua rivincita non riguarda solo il cavolo in sé, ma ciò che rappresenta: un ritorno alla materia prima come centro del discorso, senza bisogno di effetti speciali.
food
Cosa mangeremo davvero nel 2026, tra previsioni, abitudini e realtà
Ogni fine anno il racconto gastronomico si riempie di previsioni: ingredienti destinati a dominare i menu, tecniche che promettono di cambiare il modo di cucinare, nuovi rituali di consumo pronti a imporsi come inevitabili. Il 2026 non fa eccezione. Ma se si osserva con attenzione, emerge una verità meno spettacolare: il futuro del cibo raramente arriva come una rottura netta, più spesso si manifesta come una lenta sedimentazione.
Ciò che si mangerà nel 2026 non sarà il risultato di un colpo di genio collettivo, bensì la prosecuzione di un percorso già avviato. Le grandi direttrici sono ormai chiare: attenzione al benessere, bisogno di conforto, richiesta di semplicità. Non si tratta di mode improvvise, ma di risposte a stili di vita sempre più frammentati, in cui il tempo dedicato al cibo si riduce mentre cresce il suo valore simbolico.

Da un lato, aumenta l’interesse per alimenti percepiti come funzionali: ricchi di fibre, fermentati, “puliti” nella lista ingredienti. Dall’altro, resistono — e anzi si rafforzano — piatti che parlano di casa, memoria, ripetizione. Il comfort food non scompare, cambia linguaggio: meno eccessi, meno provocazioni, più riconoscibilità.
Il 2026 segna anche un ridimensionamento dell’estetica a tutti i costi. Dopo anni di piatti pensati per essere fotografati prima ancora che mangiati, si fa strada una cucina meno urlata, più solida, in cui il gusto torna a essere il criterio principale. Non è una rivoluzione, ma un riequilibrio.
Alla fine, più che chiederci cosa mangeremo, la domanda utile è un’altra: perché mangiamo come mangiamo. Ed è lì che il 2026 inizia davvero a dire qualcosa di nuovo.
-
foodporn12 anni faChef sexsymbol: siamo tutte foodie groupie
-
food12 anni faChiara Maci: chi la ferma una blogger così?
-
foodporn13 anni faQuali i confini tra amore e appetito?
-
design6 anni faDare profondità ai piccoli ambienti? Ecco la carta da parati giusta
-
food13 anni faUn super uovo che nasce dal… latte di capra
-
food12 anni faLo Spiedo: una tradizione tutta bresciana
-
traveller13 anni faL’estate lunga di Livigno tra sport e i sapori della Valtellina
-
wine&spirit12 anni faHangover: qualche suggerimento per superare i postumi della sbornia

