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Il foraging spopola: alla ricerca di erbe spontanee da usare in cucina
Ammettiamolo: René Redzepi, lo chef del Noma di Copenhagen ed esponente del movimento New Nordic Cuisine, non ha scoperto con il foraging nulla di nuovo. A lui, piuttosto, va riconosciuto il merito di aver contribuito alla diffusione di una pratica che, per via della frenesia della vita, rischiava di andare perduta.
In fin dei conti chi di noi, soprattutto se cresciuto in campagna, non è andato almeno una volta con i propri nonni a raccogliere erbe selvatiche? Tra campi, argini di fiumi, boschi e litorali, piante, bacche e piccoli frutti, radici, funghi, licheni e alghe crescono abbondanti e per millenni hanno costituito la base dell’alimentazione umana.
Dalla sua comparsa sul pianeta, avvenuta duecentomila anni fa, fino alla nascita dell’agricoltura undicimila anni fa, l’Homo sapiens si è sempre nutrito di ciò che la natura offriva. La sua sussistenza era basata sulla raccolta di piante ed erbe spontanee, di insetti e carcasse e sulla caccia di animali di piccola taglia. I nostri antenati, organizzati in piccoli gruppi di raccoglitori che contavano un massimo di trenta individui, possedevano un qualcosa che con la domesticazione di piante e animali è venuta meno: una profonda conoscenza del territorio in cui vivevano. Al giorno d’oggi, accanto alle società industrializzate che conducono una vita convulsa in cui il cibo sembra apparire per magia sugli scaffali dei supermercati – qualche anno fa uno studio ha svelato che il dieci per cento degli americani crede che il latte al cioccolato provenga da mucche marroni –, esistono etnie che conducono una vita nomade o seminomade che dipende dai frutti della terra, come gli hadza in Tanzania.
Sebbene la nostra specie per la maggior parte della sua storia si sia nutrita con quanto era possibile trovare in natura, per la stragrande maggioranza di noi sembra astruso esplorare l’ambiente circostante per raccogliere vegetali commestibili, funghi e persino insetti.



Il foraging moderno ha la sua ragion d’essere nell’alimurgia, la disciplina che studia il consumo di vegetali selvatici edibili nei periodi di carestia, per scelta o necessità. E nell’ultima decina di anni sono sempre di più le persone che praticano questa attività, non vista più solo come una mera tendenza gastronomica. La tutela e la salvaguardia del pianeta, nell’ottica della crisi climatica che stiamo affrontando e di una maggiore sostenibilità ambientale, sono le ragioni principali dell’aumento di forager. Molti di coloro che praticano il foraging, non in modo saltuario ma costante, sono spinti dal bisogno di dipendere in maniera minore dai prodotti agricoli, soprattutto se coltivati con sistemi non biologici, e da una crescente diffidenza nei confronti della moderna catena alimentare, prediligendo quanto si trova in natura rispetto agli alimenti confezionati presenti nella grande distribuzione.
Ma preservare l’ambiente, dal punto di vista legislativo, non è così semplice come si possa pensare. Chi pratica foraging svolge un’importante azione per quanto riguarda, ad esempio, la raccolta di piante ed erbe aliene e infestanti, riducendone la popolazione e contribuendo al mantenimento del delicato equilibrio dei vari ecosistemi, ma ciò che manca sono delle leggi che lo regolamentino. Nel nostro Paese, infatti, il foraging è considerato ancora un passatempo anziché un lavoro a pieno titolo, e questo fa sì che o non sia disciplinato in alcun modo o che le singole istituzioni lo regolino a propria discrezione.


Recarsi per boschi, radure e lungo i corsi d’acqua per raccogliere quanto la natura mette a disposizione è una pratica che comporta una certa dose di rischio. Bisogna innanzitutto cercare in luoghi lontani da fonti di inquinamento, come impianti industriali e strade, ed essere consapevoli di ciò che si coglie. Come per i funghi, anche le erbe possono trarre in inganno gli inesperti: la mandragora, ad esempio, è una pianta simile alla borragine, ma dalle proprietà allucinogene; sebbene nell’antichità fosse utilizzata a scopo medico, oggigiorno è considerata velenosa. La guida di un esperto e lo studio fanno la differenza e il consiglio è quello di iniziare focalizzandosi sulla raccolta di poche erbe facilmente riconoscibili. Ed ecco che piante e bacche come l’ortica, il tarassaco, il luppolo, il sambuco, il crescione, il corniolo, il corbezzolo e la rosa canina possono diventare protagonisti di piatti rustici, dal sapore antico e inedito, e di cocktail originali.
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La rivincita del cavolo: l’ingrediente umile diventa protagonista
Per decenni il cavolo ha occupato un ruolo marginale nell’immaginario gastronomico: ingrediente invernale, domestico, spesso associato a una cucina di necessità più che di scelta. Oggi, invece, si trova al centro di una riscoperta che va oltre la moda e tocca questioni più profonde.
Il cavolo funziona perché risponde perfettamente alle esigenze della cucina contemporanea. È economico, stagionale, resistente alle trasformazioni e capace di sviluppare complessità aromatica con tecniche semplici. Arrostiture spinte, fermentazioni, cotture lente o rapide: poche verdure si prestano a interpretazioni così diverse senza perdere identità.
Ma il suo ritorno non è solo tecnico. Il cavolo rappresenta una presa di distanza da una cucina costruita sull’eccezionalità costante. È un ingrediente che non promette stupore immediato, ma profondità. Richiede tempo, attenzione, spesso pazienza. In cambio, restituisce sapori pieni e una sensazione di sostanza che molti piatti più “nobili” faticano a offrire.
Nel racconto gastronomico del 2026, il cavolo diventa simbolo di una cucina meno ansiosa di dimostrare qualcosa. Una cucina che accetta la semplicità come valore, non come limite. Non è un caso che venga scelto soprattutto da chi lavora su menu vegetali o su riletture della tradizione.
La sua rivincita non riguarda solo il cavolo in sé, ma ciò che rappresenta: un ritorno alla materia prima come centro del discorso, senza bisogno di effetti speciali.
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Cosa mangeremo davvero nel 2026, tra previsioni, abitudini e realtà
Ogni fine anno il racconto gastronomico si riempie di previsioni: ingredienti destinati a dominare i menu, tecniche che promettono di cambiare il modo di cucinare, nuovi rituali di consumo pronti a imporsi come inevitabili. Il 2026 non fa eccezione. Ma se si osserva con attenzione, emerge una verità meno spettacolare: il futuro del cibo raramente arriva come una rottura netta, più spesso si manifesta come una lenta sedimentazione.
Ciò che si mangerà nel 2026 non sarà il risultato di un colpo di genio collettivo, bensì la prosecuzione di un percorso già avviato. Le grandi direttrici sono ormai chiare: attenzione al benessere, bisogno di conforto, richiesta di semplicità. Non si tratta di mode improvvise, ma di risposte a stili di vita sempre più frammentati, in cui il tempo dedicato al cibo si riduce mentre cresce il suo valore simbolico.

Da un lato, aumenta l’interesse per alimenti percepiti come funzionali: ricchi di fibre, fermentati, “puliti” nella lista ingredienti. Dall’altro, resistono — e anzi si rafforzano — piatti che parlano di casa, memoria, ripetizione. Il comfort food non scompare, cambia linguaggio: meno eccessi, meno provocazioni, più riconoscibilità.
Il 2026 segna anche un ridimensionamento dell’estetica a tutti i costi. Dopo anni di piatti pensati per essere fotografati prima ancora che mangiati, si fa strada una cucina meno urlata, più solida, in cui il gusto torna a essere il criterio principale. Non è una rivoluzione, ma un riequilibrio.
Alla fine, più che chiederci cosa mangeremo, la domanda utile è un’altra: perché mangiamo come mangiamo. Ed è lì che il 2026 inizia davvero a dire qualcosa di nuovo.
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Enogastronomia: gli eventi imperdibili dei primi mesi del 2025
Il 2025 inaugura il calendario enogastronomico con quattro eventi di rilievo: Sigep a Rimini, Hospitality a Riva del Garda, Taste a Firenze e Identità Golose a Milano. Appuntamenti chiave che offriranno agli operatori del settore un mix di aggiornamenti professionali, networking e ispirazione.
Sigep – Rimini, 18-22 gennaio
Il Salone Internazionale Gelateria, Pasticceria, Panificazione Artigianale e Caffè (Sigep) rappresenta un appuntamento imprescindibile per i professionisti del dolciario artigianale. L’edizione 2025 si terrà dal 18 al 22 gennaio al Rimini Expo Centre e promette un’esperienza ricca di contenuti, con focus sulle ultime innovazioni in tecnologie, ingredienti e packaging per il settore. Il programma include masterclass, competizioni internazionali e talk tematici con esperti di spicco. Una vetrina completa per le eccellenze italiane e internazionali, che offre opportunità uniche per scoprire nuove tendenze e ampliare il proprio network.
Hospitality – Riva del Garda, 5-8 febbraio
Tra i più importanti eventi dedicati all’ospitalità e alla ristorazione, Hospitality festeggia la 48ª edizione consolidando il suo ruolo di piattaforma per le ultime innovazioni del settore. I visitatori potranno esplorare aree tematiche come il design di interni, le tecnologie per la ristorazione e il mondo delle bevande. Tra le novità dell’edizione 2025, una maggiore attenzione alla sostenibilità, con spazi dedicati alle soluzioni green per hotel e ristoranti. Un ricco programma di workshop e seminari sarà inoltre l’occasione per approfondire le nuove strategie di marketing e gestione.
Taste – Firenze, 8-10 febbraio
Organizzato da Pitti Immagine, Taste celebra l’artigianalità e l’innovazione nel mondo enogastronomico. L’evento si svolgerà nella storica Fortezza da Basso e accoglierà più di 400 espositori provenienti da tutta Italia. L’edizione 2025 darà particolare risalto ai piccoli produttori che reinterpretano tradizioni locali con un approccio contemporaneo. Oltre alla sezione espositiva, il Taste Ring ospiterà talk tematici moderati da esperti del settore per esplorare argomenti come sostenibilità e tendenze di consumo. Da non perdere il FuoriDiTaste, il programma parallelo che animerà Firenze con degustazioni e cene esclusive nei luoghi più iconici della città.
Identità Golose – Milano, 22-24 febbraio
Il congresso internazionale dedicato alla cucina e alla pasticceria d’autore torna per il suo 20° anniversario con il tema “Identità Future: 20 anni di nuove idee in cucina”. L’evento si terrà presso il moderno Allianz MiCo e ospiterà chef di fama mondiale, pronti a condividere la loro visione sull’evoluzione del settore. Tra le aree tematiche spiccano Identità di Pizza, Identità Cocktail e Identità Dolce, oltre a focus su sostenibilità e innovazione tecnologica. Quest’anno verrà introdotto uno spazio dedicato alle startup che propongono soluzioni innovative per la ristorazione.
Questi appuntamenti offrono opportunità preziose per ampliare la rete di contatti, scoprire nuove tendenze e approfondire tematiche cruciali per il futuro del settore enogastronomico.
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